La fine dei giornali enogastronomici italiani è dietro l’angolo

fabio | venerdì, dicembre 11th, 2009 | 6 Comments »

Crisi_editoria

Ok, è un titolone, ma non voglio essere minimamente un uccellaccio del malaugurio. E’ quello che penso io sul tema dei giornali enogastronomici, quindi sul settore dell’editoria del vino e del cibo: la loro fine è vicina, hanno ormai i giorni contati. Ti spiego perchè.

L’editoria è in crisi
In generale, l’editoria mondiale è in crisi. L’immagine di apertura ti mostra la dimensione del fenomeno, per vedere l’articolo originale del NYTimes clicca qui. Tutti i giornali americani più importanti stanno perdendo lettori. Giusto qualche numero per farti un’idea: “nell’ultimo semestre, la diffusione complessiva del settore ha subito un crollo del 10,6%, molto superiore alla flessione del 4,6% avvenuta nello stesso periodo dell’anno scorso. Mentre la diffusione domenicale è scesa del 7,5 per cento” [fonte: Mediablog del Corriere della Sera].

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Tribune Co., che rappresenta testate come Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, ha dichiarato bancarotta. Il NYTime ha ipotecato la propria sede pur di rastrellare 225 milioni di dollari per far fronte a parte dei suoi debiti. Il Miami Herald cerca acquirenti. Il San Francisco Chronicle ha chiuso l’anno 2008 con ben 50 milioni di dollari in rosso. Quanto può durare il business delle news in queste condizioni? Non molto, è ovvio. Tanto che dal primo gennaio 2008 si contano già 15.000 licenziamenti nel settore (giornalisti, per intenderci). Perchè? Perchè i giornali vendendo di meno ottengono sempre meno soldi dagli inserzionisti pubblicitari, quindi tagliano [fonte: ApogeOnline].

Il rapporto annuale sullo stato dell’informazione americana The State of the News Media 2009 riporta le “cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un’annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l’intero pailinsesto”

Anche l’editoria enogastronomica è in crisi
Ne ho scritto spesso sul blog Vino24. Alcuni esempi: il giornale Vinum è stato messo in vendita, non so come è andata a finire; Wein Gourmet ha chiuso, fallito. Ma, il caso più eclatante è quello della rivista Gourmet, la regina del mondo gastronomico americano di Condè Nast, che ha chiuso a causa del crollo delle entrate. In sostanza: non ce la facevano a continuare più. Puoi leggere la cronaca su questo crollo cliccando qui.

Cause della fine dei giornali del vino e del cibo
Cerchiamo di capire perchè. Tendenzialmente le cause sono 3: crollo degli investimenti pubblicitari sulla carta stampata; aumento degli investimenti pubblicitari online; cambiamenti da parte dei lettori nella fruizione e nel consumo delle news.

  • Crollo degli investimenti pubblicitari sulla carta stampata: con la fuga dei lettori, fuggono anche gli inserzionisti. Normale. Lo abbiamo visto prima: meno lettori = meno pubblicità. I giornali sono quindi costretti a tagliare da qualche parte.
  • Aumento degli investimenti pubblicitari online: con la migrazione dei lettori dalla carta stampata a internet, migrano anche gli inserzionisti. Normale. Oggi i lettori si informano sempre più sui blog, su Youtube, su Facebook, su Twitter e così via. Ecco che aumentano gli investimenti pubblicitari online: campagne pay-per-click, internet marketing, contest online, programmi di affiliazione, blog aziendali, … Le aziende stanno tagliando il loro budget pubblicitario destinato ai media tradizionali, riversando nell’online questa percentuale tagliata  e utilizzandola in forme molto diverse: comunicazione diretta ai consumatori, partecipazione e condivisione con i consumatori, …
  • Cambiamenti da parte dei lettori nella fruizione e nel consumo delle news: i lettori pagheranno mai le news online? E’ questa una domanda che si pongono tutti gli editori tradizionali, Murdoch ad esempio, che vorrebbe far pagare le sue news a Google. Anche De Benedetti. Il problema fondamentale, affermano gli analisti, è che i lettori, con l’accesso all’informazione su Internet, percepiscono ormai le notizie come un bene gratuito. E sono dunque sempre più restie ad acquistare copie cartacee. E’ qui il punto. Faccio un esempio personale, anche io leggo il giornale online. Perchè mai dovrei acquistarlo cartaceo se ci trovo gli stessi contenuti? Inoltre, con internet non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti, siamo parte dell’informazione noi stessi, perchè possiamo modificarla. Siamo tanto attivi che, ad esempio, tutti i blogger del vino italiani messi insieme secondo me fanno più utenti/lettori al mese di molte riviste di settore italiane.

Che cosa succederà, quindi?
In futuro, non pensare sia lontano, è già adesso, parte dei giornali del vino scomparirà del tutto. Altri sopravviveranno perchè si sapranno adattare a un nuovo modo di intendere il business dell’informazione e il loro rapporto con i lettori. Mentre, emergerà sempre più prepotentemente la massa di wine lover che dirà direttamente la propria opinione sui fatti del vino: viaggi, recensioni, suggerimenti, … Un esempio concreto è CellarTracker: il sito internet sul vino conta circa 89.000 utenti registrati che hanno già inserito gratuitamente oltre 1 milione di recensioni di vini! Questi utenti, piuttosto che tenere in considerazione il solo parere del Robert Parker di turno, pongono più attenzione alle raccomandazioni dei loro simili (conoscenti, amici, followers, …). CellarTracker è una fonte inesauribile di risorse, disponibile ovunque e in ogni momento da un telefonino.

In futuro solo chi sarà online e metterà parte dell’informazione in mano agli utenti potrà esistere e fare business dell’informazione. Qualcosa si muove in America. Mentre, in Italia? Qui, mi sbilancio: le riviste del vino italiane, allo stato dei fatti, sono destinate alla fine nel breve volgere di qualche anno. Dove è online Civiltà del Bere? E Spirito Divino? Il Gambero Rosso si è mosso, invece. Così come si sta muovendo Slowine. Ma sempre con una lentezza cosmica, perchè si tende a ragionare con la logica editoriale della carta stampata, applicata al web. No, no. Logica, peraltro, molto difficile da digerire in alcuni casi, quando acquisti una rivista e te la ritrovi piena zeppa di pubbli-redazionali, cioè articoli a pagamento, oppure di comunicati stampa copia incolla …

E le aziende vinicole/inserzioniste?
Nel prossimo futuro, si vorrà sempre ottenere una certa visibilità, ovvio. Si tratterà di riversare massicciamente gli investimenti dalla carta stampata a internet, attraverso strategie di presenza online pubblicitaria e non. Inutile continuare a non vedere che i lettori stanno andando su internet: errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Pensi anche tu che a breve vedremo la fine delle riviste enogastronomiche in Italia?

6 Comments

  1. Tomaso scrive:

    Ciao Fabio,
    indubbiamente sono curioso di sapere quale settore non attraversa una crisi in questo momento e appena lo scopro cerco di capirne il perchè…ad ogni modo credo che se la strada del web adv si aprirà (come credo) assisteremo a dei cambiamenti non da poco nel modo di proporsi, un tempo bastava pagare l’agenzia e scegliere la proposta più accattivante, mentre sul web mi pare che non si sia ancora affermato un vero e proprio modo di operare, viga molto più l’imprenditorialità dei soggetti che assommando varie esperienze pregresse trovano soluzioni.
    Inoltre, altro problema non dapoco, al momento sono scomparsi i budget cosmici….

  2. Filippo Ronco scrive:

    Grazie per questo bel post Fabio, stavo commentando quando mi sono accorto che sarei stato più lungo dello stesso post che mi ospitava e non mi pareva garbato. Mi hai spronato a scrivere un post che avevo nel calamaio da un pezzo. Ho provato a dipingere tre possibili scenari futuri:
    http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=5304

    In sintesi, credo che il modello più improbabile (quello dei contenuti a pagamento), potrebbe anche essere quello più probabile e naturale, per tutta una serie di considerazioni. Certo, anche il mercato adv subirà una bella smossa con il travaso degli investimenti e si affacceranno probabilmente nuovi modelli di business ibridi, non ci resta che stare alla finestra e, per quanto possibile, continuare ad essere anche piccoli protagonisti di queste trasformazioni, anche nel nostro settore.

    Ciao, Fil.

  3. fabio scrive:

    Fil, vado a leggere il tuo post subito e commento lì, sono curioso di vedere i tuoi scenari. Anche io volevo scrivere questo post da tempo, ho raccolro il materiale per diverse settimane. Quello che mi ha spinto a riflettere è il fatto che le riviste di settore italiane sono completamente assenti da internet, non hanno minimamente capito la grandezza e profondità della trasformaizone in atto (come le aziende anche). Allora mi sono chiesto: potranno sopravvivere queste riviste nel prossimo futuro? In tutta sincerità, non credo. Emergeranno nuovi brand magari piccoli protagonisti …

  4. Filippo Ronco scrive:

    Proprio su questi temi – perdona se inserisco ancora un link esterno ma mi serve proprio per risponderti – scrissi qualche giorno fa “travasi di establishment”:
    http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=5141

    Io, forse perché sono un po’ più vecchio – è arrivato il giorno in cui ho dovuto scriverlo, non l’avrei mai detto ! – rispetto a te ho una visione meno catastrofica, soprattutto lato aziende. Avendo vissuto la fase uno o fase zero, quella cioè durante la quale le aziende stavano esclusivamente a guardare e quasi quasi nemmeno quello, devo dire che oggi la realtà, rispetto a 7-8 anni fa è molto diversa. Se mi avessero detto nel 2003 per esempio, che ci sarebbero state centinaia di aziende vinicole sui social network generalisti o di settore non ci avrei mai creduto. E invece…

    Certo, siamo solo agli inizi ma credimi il panorama oggi è estremamente più confortante dei primi anni 2000. Noi italiani siamo lenti o più lenti ma di solito quando ingraniamo siamo anche più veloci degli altri. Bisogna vedere cosa accadrà. Già il 2009 lo è stato ma la dinamicità che mi pare contraddistingua questi tempi rende veramente difficile fare previsioni.

    Sono comunque d’accordo con te che chi non si adegua, sia pur in ritardo, rischia davvero di essere tagliato fuori dai giochi, soprattutto con riferimento all’audience dei c.d. nativi digitali, già tra noi..

    Ciao, Fil.

  5. fabio scrive:

    Mi fai pensare Fil: è vero ciò che dici sul fatto che tu hai vissuto gli albori, mentre io praticamente no. Forse per questo vedo le cose in maniera un po’ più drastica. Ma ragioniamo così: essere presenti sui social network, ad esempio, è senz’altro una bella cosa e ci sono ormai centinaia di aziende vinicole in giro online su questi ambienti. Ma da qui a dire che stanno utilizzando le potenzialità/opportunità che quelli strumenti hanno ce ne passa. Siamo lenti, è questo il problema. La lentezza potrebbe essere un piccolo svantaggio in un mondo così come lo era decenni fa, uno svantaggio facile da colmare. Ma nel mondo contemporaneo, invece, la lentezza è semplicemente uno svantaggio, un danno: non vorrei che le aziende vinicole italiane imparassero a bloggare quando tutti gli utenti internet ormai sono passati ad altre forme di comunicazione! Internet è veloce, muta continuamente: due anni fa parlavamo di blog e non di microblog, oggi parliamo più di microblog e così via

  6. Filippo Ronco scrive:

    Io però Fabio continuo ad essere convinto che la comunicazione online non sia per tutti. Non gli staremo chiedendo troppo a queste aziende ?

    Nemmeno chi lo fa di mestiere è detto che per ciò stesso sia bravo. Comunicatori, anche con il viso, per dire, ci si nasce. Diventarci si, si può, ma con tanta fatica, impegno e tempo. I vignaioli sono per l’appunto vignaioli, io credo che per se alcuni (pochissimi) ci hanno abituato ad un utilizzo attivo impressionante – addirittura abbiamo dei maestri di comunicazione tra i vignaioli – si tratti pur sempre di eccezioni e casi isolati e già avere una massa di piccole-medie aziende che seguono e stanno al passo, sia pur senza cimentarsi completamente, potrebbe già essere motivo di soddisfazione. Non so, forse ho imparato ad accontentarmi con gli anni.

    Ci sono poi i ghostwriter, ma preferisco le agenzie e i freelance specializzati in new media in grado di dare un sostegno importante a molte aziende, anche per fare poco ma per farlo bene.

    Stiamo però deviando il discorso mi pare. Qui si parlava di editoria cartacea che deve approcciare l’online se non sbaglio e il tema è interessante oltre che attuale.

    Ciao, Fil.

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