Nel cuore dell’Italia centrale, in una delle regioni più verdi dello stivale, nasce un vino dal grande carattere. Prende forma in Umbria il Sagrantino, vino che, in poco tempo, è riuscito a conquistare i vertici dell’enologia mondiale.

Tanto è stato l’apprezzamento che anche altre regioni italiane hanno iniziato a valutare la possibilità di poter coltivare questo vitigno. Questo rosso tipicamente potente e di grande profondità e sapore ha ottenuto lo status di DOCG nel 1992: fino al 2009 la denominazione era conosciuta come Sagrantino di Montefalco.

La tradizione del Sagrantino a Montefalco

Il Sagrantino è il vino simbolo di Montefalco, suggestivo borgo medievale immerso nelle colline perugine. Qui storia, cultura e tradizione si intrecciano in un binomio indissolubile. Le fonti fanno risalire la produzione di vino a Montefalco all’epoca degli antichi romani: ne parla Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia. Montefalco, tra l’altro, è uno dei pochi casi in cui le viti erano impiantate anche all’interno delle mura.

Tuttavia, l’origine dell’uva Sagrantino è piuttosto incerta e le ipotesi sono molte. Oggi il Sagrantino è comunque considerato un vitigno autoctono di Montefalco, si narra sia stato introdotto nel XIV o XV secolo da monaci dell’ordine francescano di ritorno dai loro viaggi di predicazione in Asia Minore.

Altre teorie sull’origine del Sagrantino suggeriscono che quest’uva provenisse dalla Spagna o che fosse stata introdotta dagli arabi. Indipendentemente dalla sua origine, le ricerche genetiche sul Sagrantino non hanno riscontrato analogie con altri vitigni. Grazie alla ricca documentazione dell’archivio storico di Montefalco, si può affermare che la città umbra ha sempre avuto un legame speciale con la coltivazione della vite e la produzione del vino.

Per i primi riconoscimenti ufficiali bisognerà attendere ancora qualche secolo. Il Sagrantino venne premiato per la prima volta in occasione dell’Esposizione Umbra del 1899. Tuttavia, fino agli anni Settanta il Sagrantino è stato accantonato in favore di altri vitigni. Alcuni produttori lo rilanciarono coraggiosamente dopo una serie di sperimentazioni. Da vino passito – prodotto con i metodi più tradizionali – si è trasformato in vino secco, robusto e imponente; un’innovazione enologica che ha valorizzato il Sagrantino dandogli un posto di riguardo.

Sagrantino: vinificazione e invecchiamento

Per poter rientrare nella DOCG, i vini devono ora essere ottenuti interamente da vitigno autoctono a bacca nera Sagrantino, coltivato intorno al comune di Montefalco. Le versioni precedenti del disciplinare DOCG consentivano fino al 5 per cento di altre varietà.

I rossi secchi devono maturare per almeno 37 mesi, di cui 12 mesi in botte e 4 mesi in bottiglia. Attraverso una maggiore cura durante la vinificazione e l’attenzione alle pratiche di invecchiamento, questi vini Sagrantino si sono evoluti da fortemente tannici e rustici in vini di qualità rispettata.

Anche i vini passiti devono essere invecchiati per 37 mesi, di cui quattro mesi in bottiglia. Lo zucchero residuo deve essere compreso tra 80 e 180 grammi per litro. Nel 2018 sono stati registrati per la DOCG 357 ettari (882 acri) di vigneto. La produzione nello stesso anno è stata di 983.000 litri o circa 109.000 casse.